Intervista ai traduttori del libro di Rosenfeld e Morville.
Una recensione/intervista ai due traduttori e curatori dell'edizione italiana del libro "Architettura dell'informazione per il World Wide Web", curata da Luca Rosati.
M.C = Marcello Cerruti, il traduttore
L.M. = Livio Mondini, il curatore
i numeri: Luca Rosati, l'intervistatore
1. Anzitutto di cosa ti occupi, conoscevi già questa disciplina o è stato il primo incontro?
M.C. Sviluppo siti e faccio formazione. Non conoscevo l’architettura dell’informazione ed è stata, per me, una rivelazione, almeno quanto lo è stata per quelle persone che conosco, che hanno letto la prima edizione di Information Architecture for the World Wide Web.
L.M. Mi occupo soprattutto di editoria, con ampie divagazioni verso tutto ciò che attiene alla comunicazione, compresi i citofoni. Sono architetto nel senso tradizionale del termine, ho una propensione naturale a impelagarmi nelle strutture e a cercare di sbrogliare le matasse più contorte individuandone i percorsi, per cercare eventualmente di rifarli. Del libro ho molto apprezzato lo sforzo di riunire in un insieme funzionale gli attrezzi di tante discipline, invisibilmente collegate. L'argomento non era una novità.
2. Ogni traduzione stende inevitabilmente una patina sul testo originale, ponendo una sorta di filtro. Il problema si acuisce nel caso di discipline come la IA nate e sviluppatesi interamente in altri paesi, e la cui terminologia è quindi fortemente legata alla lingua d’origine. Quali sono i problemi principali che ha posto da questo p.v. la traduzione del libro?
M.C. Stabilire cosa andasse tradotto e cosa no. Alcuni termini hanno assunto un significato specifico nell’architettura dell’informazione ed in discipline affini. Per cui ho ritenuto andasse tradotto ciò che era possibile tradurre senza perdere eventuali significati specifici del contesto disciplinare. Invece mi è sembrato più opportuno lasciare invariati termini la cui traduzione, o gli eventuali sinonimi, non rendevano appieno il senso che questi termini hanno assunto in alcuni contesti specifici.
A nessuno verrebbe in mente di tradurre internet=interrete (ma poi il prefisso troncato inter per cosa sta?) web=trama (in questo caso il problema è capovolto in inglese si usa scrivere Web maiuscolo per distinguerlo dal termine generico trama). Peggio ancora sarebbe inventare dei neologismi, preso da furore nazionalistico (penso al Cognac ed al Brandy italianizzati da D’Annunzio in Arzente).
L.M. In qualsiasi tipo di intervento di localizzazione si nascondono terribili possibilità di cadere in grottesche, o semplicemente inadeguate, definizioni, qualche volta con esiti ridicoli. Non sempre lasciare nel testo il termine originale è una scelta corretta o consigliabile, bisogna anche prendere dei rischi e spingersi un po' più in là, se si ottiene una migliore comprensione e una maggiore diffusione, anche pagando lo scotto di qualche critica da parte degli onnipresenti "esperti della materia". È vero che la IA (già rendere questo termine è una scelta, siamo quasi obbligati a ricorrere all'acronimo, una sorta di eutanasia linguistica) nasce negli Stati Uniti, ma molte delle discipline che comprende sono ben diffuse e utilizzate anche in Italia e dispongono quindi di un ricco corredo di termini e metodi.
3. Sempre in riferimento alla domanda precedente, come hai reso concetti chiave per l’IA come
a. granularity
b. findability
c. top-down
d. bottom-up
e. deliverables
f. wireframes, blueprint
M.C. Per granularity, granularità; findability, reperibilità. Gli altri termini nella forma originale.
L.M. Concordo per quanto riguarda la granularità, concetto un po' vago ma sperimentato. Gli altri termini nella versione stampata del libro sono stati resi secondo il contesto, utilizzando quando necessario anche forme sintatticamente più articolate o ricorrendo a metafore. La "reperibilità" corre il rischio di diventare poco usabile. Nessun problema per top-down o bottom-up, ampiamente utilizzati anche in Italia, un po' più complessa la situazione con deliverables, che si riferisce ai supporti fisici utilizzati per comunicare i concetti di IA sviluppati (e come tali resi nel testo italiano, ricorrendo alla terminologia corrente), concretizzati in diagrammi e bozzetti. Il termine blueprint è piuttosto complesso. Un bel concetto, molto diretto e sintetico, ma piuttosto invendibile, anche con i discorsi da imbonitore auspicati dagli autori del libro. Riuscite a immaginare un titolo "eliocopie per il Web", o "sezione assonometrica della tua home page"?.
4. L’IA è sicuramente un sapere di ‘confine’, nel senso che intrattiene una fitta rete di rapporti con altre discipline come la architettura, la biblioteconomia, la linguistica, l’ergonomia e l’interazione uomo-macchina. Per sua stessa natura quindi richiede e invita ad un approccio al web sfaccettato, complesso. Da architetto, come vedi questa complessità? In qualche modo questo ha influenzato il tuo lavoro di traduzione?
M.C. Non sono architetto, ma la complessità è intrinseca in qualsiasi disciplina. Ed in qualsiasi interpretazione della realtà. L’architettura propriamente detta, ad esempio, non può prescindere, tra le altre, dalla sociologia, dalla demografia, dalla storia, dall’ingegneria, dall’innovazione tecnologica ed anche, per chi ci crede, dal Feng Shui (almeno per qualche centinaio di milioni di persone, in prevalenza cinesi). Sarà la formazione umanistica o il fascino del caos, ma credo che, se la mancanza di complessità esiste, si trova in condizioni di zero assoluto, detto anche morte della materia, ammesso che l’osservazione non alteri questo stato.
L.M. Frequento abitualmente territori di confine. Inoltre, la ricerca di tassonomie è una delle cose più affascinanti che si possano fare nel nostro strano mondo. Il maledetto ornitorinco, per dirla con gli autori, si nasconde dietro ogni angolo. Bisogna decidere con molta cautela se stanarlo o cercare di dargli una mano a spiegarsi, che forse è solo un alieno non per forza aggressivo o pericoloso. Non sono affascinato dal caos o dalla morte della materia. Semplicemente, la scienza ha ormai ampiamente dimostrato che questo stato non esiste, se non nelle nostre menti. Il terzo principio della termodinamica regna e regnerà incontrastato fino a che qualcuno non scatenerà una guerra atomica, spero mai.
Ritengo che la ricerca delle architetture che materializzano ogni cosa del nostro mondo sia di per sé un esercizio proficuo, ancora meglio quando questa ricerca si orienta al miglioramento dell'habitat, in questo caso del Web. Ho goduto, passatemi il termine, con i capitoli che trattano delle metodologie di classificazione e organizzazione, aderito pienamente al capitolo sui sistemi di etichettatura, sono rimasto ammirato dal capitolo sugli strumenti. La combinazione di biblioteche, nel mio immaginario possibilmente polverose, imprevisti strumenti quasi magici (gli stemmer, e qui una traduzione è quasi impossibile: gli estrattori di radici? Troppo odontotecnico) e altri elementi arcani mi hanno fatto davvero desiderare di poter appartenere a una casta di strani personaggi con il cappello a punta. Decisamente efficace il capitolo sull'etica, trovo che Hansel e Gretel siano davvero i testimonial più adatti a rappresentare la navigazione breadcrumb (e anche qui, come rendere l'ignobile gioco di parole?) per non dire dell'Uomo Ragno eletto a rappresentante dell'utente della gigantesca ragnatela in cui ci troviamo, nel bene e nel male, tutti invischiati.
Da questo punto di vista la complessità dell'argomento è stata solamente una benedizione, in un solo colpo ho visto riunite diverse passioni e suggeriti diversi strumenti per alimentarle. Che desiderare di più? Ma, per dirla alla Krug, ci vuole del buon senso. Tutto molto bello, tante belle e interessanti cose, ma come usarle? È necessario un vero salto di qualità, che per ora non riesco a vedere come movimento diffuso. Ma certamente si tratta di un mio limite.
5. Come si pone il libro rispetto al contesto italiano. Che spazio può avere secondo te l’IA nel mercato IT italiano attuale e del prossimo futuro?
M.C. Passata la bolla speculativa delle net companies, le discipline relative alla gestione e fruibilità dei contenuti penso che si affermeranno con meno clamore ma più profondamente di come è successo per la web usability che ha cavalcato l’onda dell’euforia da web, quindi ha goduto di maggior successo e visibilità. Mi piacerebbe pensare che certe considerazioni generali degli autori, inducano alla riflessione. Mi riferisco, tra l’altro, alla non neutralità del linguaggio, dunque delle classificazioni (vedi l’esempio, per me già familiare, dell’AIDS inizialmente definito GRID).
L.M. Non so se si possa parlare di un contesto italiano. Dal mio personalissimo punto di vista il Web italiano è piuttosto deprimente, i siti che frequento abitualmente sono pochissimi e in tutti è evidente la mancanza di una cura per quel che riguarda, appunto, l'architettura. È esagerato dire che abbiamo un web da geometri? (mi scuso con tutti i geometri, è solo un modo di dire) La mia impressione è che, nella maggior parte dei casi, molte delle figure professionali che sarebbero necessarie per costituire un vero team di IA ancora non esistano del tutto, così come non esiste la professione di architetto dell'informazione. Sicuramente esistono persone appassionate all'argomento, vuoi per sensibilità personale vuoi per interessi anche speculativi (mi aspetto un florilegio di architetti dell'informazione, come successo con i web master, se la classificazione sembrerà produrre un qualche possibile aumento delle parcelle). Non sono per nulla ottimista, in Italia con le chiacchiere siamo bravissimi e purtroppo l'argomento si presta a speculazioni, con relativa fuga a breve dell'eventuale cliente interessato.
6. Rosenfeld e Morville insistono molto sul concetto di "invisibilità della IA": per il 70-80% il lavoro di un information architect rimane nascosto. Penso soprattutto agli aspetti legati a metadati, vocabolari, thesauri. In che modo un bene così intangibile può essere promosso e portato alla luce nel mercato attuale?
M.C. Forse è una mia inclinazione personale, ma credo che tutti i lavori ben fatti rispondano alla metafora dell’iceberg. Comunque se dovessi rendere con un esempio significativo e familiare a molti utenti il lavoro invisibile su metadati, vocabolari, thesauri, mi viene subito in mente Google che per termini che potrebbero essere stati scritti con errori ortografici propone in cima ai risultati (se esistenti) di ricerca "Forse cercavi ...:"
L.M. Le cose importanti sono quasi tutte invisibili, è un dato di fatto, ma non mi sembra che questo costituisca un limite al loro avvenire continuo. Non mi sembra che ci sia nulla di nuovo, anche se la metafora è estremamente affascinante. L'unico momento in cui l'invisibilità mi sembra costituire un limite è al momento del pagamento della parcella: difficile spiegare a qualcuno che deve pagare qualcosa che non vede, ma ci troviamo normalmente nella condizione di dover spiegare a qualcuno cose che non vuole o non può vedere perché non le conosce (mai litigato con la fidanzata?). Non credo sia casuale l'insistenza degli autori nel proporre strumenti di varia valenza, dall'analisi scientifica al preparare un discorso adatto a ogni occasione dedicando alle tecniche di persuasione un intero capitolo e comunque portando argomenti a sfavore anche dell'analisi del famigerato ROI. Mestiere difficile, senza dubbio, tutto da sviluppare ed approfondire.
Mi piacerebbe stringere la mano personalmente a chi riuscirà a produrre lo sforzo che finalmente renderà il web un vero media, con strumenti e metodi propri e non derivati dalla stampa o dalla televisione. Sono convinto che la IA sia proprio ciò che può produrre questo cambiamento, ma per ora resta una bella idea. Col tempo sicuramente qualcuno inizierà a fare (e qualcun altro a frequentare) corsi di IA, ci saranno architetti dell'informazione pronti ad affrontare ogni periglio armati di thesauri, test di card sorting, bozzetti, diagrammi e tanta buona volontà. Per ora, è solo uno speriamo, però lo spero forte.